Dopo Camilleri, il classico "Il giorno della civetta" di Leonardo Sciascia. E' qui che si trova la metafora della linea della palma.
Sciascia ha un modo di scrivere che affascina e intriga. Per rendere la sicilianità, invece dell'intenso uso del dialetto che fa Camilleri, usa la costruzione della frase: barocca e arcaica, spesso il verbo alla fine. L'impressione è quella di un tavolo di legno scuro ottocentesco, semplice, con le gambe un po' tondeggianti, che sta in mezzo a una cucina contemporanea di metallo e colori plastici. Rimani stupito ma poi inizi a notare una certa armonia dovuta al confronto. Si porta il passato, un modo di pensare con radici antiche, in un presente che sentiamo più vicini. Ma il passato è lì, ineliminabile. Come i figli dei mafiosi che studiano nei collegi svizzeri e hanno master in business administration. Come ringrazieranno chi li ha fatti studiare sul sangue di altri? Mi piacerebbe saperlo: esiste un senso di colpa, un rinnegamento, una voglia di allontanarsi, un rifiuto?
Dovremmo però forse farlo anche noi, che siamo cresciuti in un mondo divenuto ricco e prospero a spese del restante ottanta per cento del pianeta. Ogni volta che mi capita di salire su un'auto o un motorino, mi viene in mente la domanda: quanti chilometri faccio con un iracheno?
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