14 settembre 2006

La storia siamo noi (post lungo)

La notizia che più mi ha colpito in questa settimana è stata la progettata ristrutturazione che Renzo Piano - con la collaborazione di Carlo Rubbia - ha messo in cantiere per l'area delle ex-fonderie Falck, a Sesto San Giovanni.
Mi ha colpito perché lì ho passato i primi dieci anni della mia vita. Un posto brutto visto da fuori. Un vialone, viale Italia che da Milano porta a Monza, e su uno dei suoi due la Falck, un paio di chilometri di acciaierie.
Dall'altro lato, una manciata di villette, una delle quali abbiamo abitato, al 111. La villetta esiste ancora, o almeno esisteva 5 anni fa, quando la vidi l'ultima volta. Dopo le villette il Piazzale. Con la maiuscola perché così era. Un grande spazio di cemento, dove giocavamo a pallone, praticamente tutti i pomeriggi, inverno innevato compreso. Leandro, Giuliano, Stefano, Massimiliano, io e mio fratello, e altri di cui non ricordo i nomi. Ogni tanto qualche tuta blu, soprattutto quando si andava a giocare presto, e gli operai erano in pausa pranzo. Il Piazzale confinava con il giardino dove era la nostra scuola elementare, la Tonale, un complesso di prefabbricati rossi e blu. Esiste ancora, non è più una scuola.
Lì ricordo le prime siringhe gettate nell'erba alta, fumetti porno trovati (guardati senza capire molto, ma si doveva guardarli), bici da cross fatte sgommare nel fango delle pozzanghere.
La nostra casa esiste ancora, ma non ha più la vite di uva americana che faceva da siepe. Ma quando ci sono andato l'ultima volta, nel 2000, dall'altro lato della strada - un viale grande con ancora le auto parcheggiate nel mezzo (non più le 500 e le Alfasud, ma Mazda e Punto) - la Falck era lì, chiusa e silenziosa, immobile, grigiastra.
Girando l'angolo, verso l'entrata della scuola, una via che diventa un po' più scura, mi ricordo il gommista all'angolo, il portone dove abitavano famiglie di amici e il ciclista Giacchino. si arrivava in un'altra strada, e girando a sinistra, l'edicola, un negozio di scarpe e il forno (prestinaio, in milanese, che se lo dicessi oggi mi guarderebbero strano). E girando di nuovo a sinistra, si torna a casa.
Mi ricorderei anche i nomi delle strade, e google earth potrebbe anche aiutarmi se dovessi non ricordarmi qualcosa. Ma non è l'esattezza che cerco. Non c'e' esattezza possibile, in questi casi. Quando ci sono stato, 16 anni dopo essermene andato, la prima reazione fu: "cazzo quant'e' piccolo tutto". Ci passai in auto, una vecchia punto, dopo essere stato a Malpensa a prendere un amico con cui andavamo a un convegno, e feci il giro dei posti che conoscevo in pochi minuti. Un mondo, esplorato in pochi minuti.
La Falck comunque era lì, e ora non ci sarà più.
A Sesto San Giovanni, c'è ora un monumento all'inizio del paese venendo da Milano che se non ricordo male ricorda alcuni passi della Costituzione sui poteri che gestiscono la nazione. Un monumento chiaramente antiberlusconiano, dall'ex Stalingrado italiana, medaglia d'oro per la Resistenza.
Non riescono a fare della Falck un monumento. E poi un monumento a che? Alla mia infanzia?

Comunque, queste note autobigrafiche vanno a legarsi alla seconda notizia più discussa dell'ultima settimana. Una ricerca - poco rigorosa, a occhio - sulla credenza nell'anima negli Italiani. Se non ricordo male, più della metà dei miei concittadini è disposta a riconoscere l'anima ai cani. E a Bologna ne abbiamo parlato (Bologna per me e' una città di parole per me: ci vado e passo giorni/notti a parlare: questa volta in due giorni non son praticamente uscito da casa), discusso di cosa sia quest'anima. Con la consapevolezza che il discorso è complesso e quindi praticamente inutile da affrontare. Ma è bello sentire il suono delle proprie voci, a notte, con troppo alcol o troppe sigarette e molta voglia di stare insieme, ancora due chiacchiere e poi si va a dormire.
Comunque, Sesto San Giovanni e l'anima. Che c'entrano? C'entrano, perché secondo me è lì l'anima. La nostra storia, ciò che ci ha portato dove siamo. Per questo la storia siamo noi. Anzi, la storia è noi, e noi siamo la nostra storia.
E per questo mi piace leggere (e ogni tanto anche scrivere) storie, e mi piace il lavoro che faccio. Non so se lo faccio bene, ma mi piace. E penso sia importante. Perché la memoria è un ingranaggio collettivo, e la nostra memoria la costruiamo raccontandoci le storie. E condividendole, costruiamo una società di individui, individui con anima per una società con l'anima.
Ché la Falck c'era e non ci sarà più per mano di Renzo Piano e Carlo Rubbia (e sti cazzi, alla milanese), ma per me comunque è lì, l'orizzonte della finestra della sala da pranzo. Non saranno due chilometri (guardate google earth e poi mi dite), ma per me era quasi l'infinito. Che a guardarlo d'inverno, dal giardino, era chiuso dal Resegone innevato. O che magari non si riusciva a vederlo, quel confine infinito, per la nebbia.
Poi sono venuto a Roma, la quinta elementare. Nella scuola di Totti (anche alle medie). Ma quello è tutt'altro infinito...

2 commenti:

pachiderma ha detto...

a pochi km da Stalingrado anch'io mi trovavo come te a sgommare sulla ghiaia con la bici da cross, a vedere in giro le prime siringhe e a scoprire i giornali porno abbandonati... anche da me molto è cambiato. c'è un censimanto per salvare i luoghi del cuore: strano, ma ci metterei le fabbriche, le strade di campagna che non portano da nessuna parte, luoghi poco attraenti, ma che parlano di me...
bel lavoro davvero, complimenti!

Anonimo ha detto...

alla milanese.
esatto.
a.